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Scritti galeotti
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Galateria, Daria

Scritti galeotti

Palermo : Sellerio, 2012

Abstract: Sono stati molti gli scrittori in galera, finiti dentro a causa dei motivi più diversi - dalle rapine a mano armata all'assassinio della moglie (delitto, questo, molto diffuso tra i letterati, da Verlaine a Burroughs a Norman Mailer a Fallada). Addirittura tra galera e scrittura sembra correre una affinità: alcuni scrittori, come Jean Genet o Chester Himes, lo sono diventati dentro, altri, da Kleist a Giuseppe Berto, vi hanno potuto rinnovare ispirazioni e giustificazioni a creare, quasi tutti hanno trovato il modo di correggere la propria linea di scrittura. E come se dietro le sbarre i loro pensieri vietati trovassero nuove e più efficaci fantasie (vi siete sbagliati - diceva Sade ai carcerieri -avete acceso la mia testa, mi avete spinto a creare fantasmi che dovrò realizzare). Perché? Secondo quanto mostra l'autrice di questo erudito e divertente pellegrinare di cella di scrittore in cella di scrittore (in ordine cronologico, da quelle di Voltaire e Diderot, a quelle di Adriano Sofri e Goliarda Sapienza: e sono celle che coprono tutta la scala reclusoria, dalle galanti e libertine, tali quelle settecentesche, alle celle plumbee, quali quelle dei lager e dei gulag), è perché l'immaginazione, costretta, cresce e soprattutto cresce il desiderio. Le scrittrici, in particolare, confessano tutte che in carcere, affrancate dall'obbligo di accudire gli altri, sperimentano un'insolita forma di libertà: possono occuparsi di se stesse.

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Nel volume l'autrice tratta di "Narratori in catene dal 700 a oggi": da Casanova a Flaubert, da Guareschi a Dostroevskij. "Ho imparato molto dai lavori forzati" riconosceva quest'ultimo, che basò "I fratelli Karamazov" su un errore giudiziario scoperto in Siberia e per fare capire che parlava a nome del popolo russo mostrava i polpacci ancora segnati dai ferri. La "clemenza infinita" dello Zar mutò la condanna a morte in lavori forzati: "Non mi ricordo un momento più felice" confessò lo scrittore alla moglie. Nel 1878 lo Zar finì col pregare Dostroevskij di venire a fare la conoscenza dei suoi figli, su cui avrebbe potuto esercitare una fortunata influenza. Il genio russo amava raccontare, in seguito, di come era riuscito a trasformare la morte in straordinaria creatività.

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