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Canale Mussolini
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Pennacchi, Antonio <1950-2021>

Canale Mussolini

Milano : Mondadori, 2010

Abstract: Canale Mussolini è l'asse portante su cui si regge la bonifica delle Paludi Pontine. I suoi argini sono scanditi da eucalypti immensi che assorbono l'acqua e prosciugano i campi, alle sue cascatelle i ragazzini fanno il bagno e aironi bianchissimi trovano rifugio. Su questa terra nuova di zecca, bonificata dai progetti ambiziosi del Duce e punteggiata di città appena fondate, vengono fatte insediare migliaia di persone arrivate dal Nord. Tra queste migliaia di coloni ci sono i Peruzzi. A farli scendere dalle pianure padane sono il carisma e il coraggio di zio Pericle. Con lui scendono i vecchi genitori, tutti i fratelli, le nuore. E poi la nonna, dolce ma inflessibile nello stabilire le regole di casa cui i figli obbediscono senza fiatare. Il vanitoso Adelchi, più adatto a comandare che a lavorare, il cocco di mamma. Iseo e Temistocle, Treves e Turati, fratelli legati da un affetto profondo fatto di poche parole e gesti assoluti, promesse dette a voce strozzata sui campi di lavoro o nelle trincee sanguinanti della guerra. E una schiera di sorelle, a volte buone e compassionevoli, a volte perfide e velenose come serpenti. E poi c'è lei, l'Armida, la moglie di Pericle, la più bella, andata in sposa al più valoroso. La più generosa, capace di amare senza riserve e senza paura anche il più tragico degli amori. E Paride, il nipote prediletto, buono e giusto, ma destinato, come l'eroe di cui porta il nome, a essere causa della sfortuna che colpirà i Peruzzi e li travolgerà.

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Bellissimo libro. Racconta nel puro stile "nonno Simpson" la storia di una famiglia rurale veneta trasferitasi nell'Agro Pontino ai tempi del fascismo. Oltre alla storia, ricca di avvenimenti, visto che trattasi di una tribù,  fornisce informazioni sul momento storico, sociale e politico di quel periodo. Il tutto visto in maniera obiettiva e senza remore ideologiche.

SANDRO SUMMA
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Questa storia è indissolubilmente legata al grande canale che raccoglie le "acque alte" della Pianura Pontina ma sarebbe riduttivo pensare che si limiti alle vicende legate alla bonifica, infatti abbraccia un periodo della storia italiana che va dai primi anni del Novecento al termine della II Guerra Mondiale, evento su cui si innesta idealmente la storia narrata nell'altro suo romanzo quasi-biografico, il Fasciocomunista; un innesto anche in termini di personaggi, tanto che a pag. 320 vengono citati i giovani Benassi, Accio e Manrico, attorno ai quali gira l'intera vicenda di quest'altro romanzo. E così Pennacchi aggiunge un ulteriore tassello alla "sua" storia d'Italia, perché di questo si tratta: la sagra familiare dei "veneti" trapiantati, sotto la spinta dell'indigenza e della mala sorte, in un "podore agricolo modello" è l'asse narrativo portante su cui si innestano immagini della storia nazionale che trascendono persone e luoghi della bonifica e chiariscono dettagli della storia d'Italia. Storia vissuta dal basso, da contadini quasi analfabeti, diseredati, violenti spesso per scelta ma talvolta solo per caso, travolti e macinati da eventi di cui non hanno alcuna cognizione e su cui hanno ancor meno presa, che vivono e si riconoscono in un nucleo familiare le cui struttura e le cui leggi emergono da un passato contadino tanto remoto da sembrare immutato da sempre.
Pennacchi adotta, qui come in altri suoi racconti, un tono smaliziato e venato di umorismo che ben rispecchia il suo modo di vedere il mondo. E organizza la narrazione come un lungo racconto che un membro della famiglia fa ad un ideale ascoltatore, che interloquisce, commenta, giudica e si attende chiarimenti. Un racconto da osteria o da notte estiva al limitare dell'aia: un filò, come lo chiamano questi veneti. E come lingua adotta una specie di pseudo-veneto che, per fortuna del lettore, è facilmente decifrabile (... tutt'altra cosa rispetto al siciliano di Camilleri, tanto per citare un altro fan del dialetto).
Cosa penso di quest'ultima, premiatissima, opera di Pennacchi? L'ho letta con piacere e trovo che il suo modo di estendere il racconto dalle vicende personali e familiari dei personaggi a quelle dell'Italia dell'epoca, ed in questo modo presentare una sua interpretazione del Fascismo ed aggiungere qualche "tassello mancante" alle vicende belliche dell'Agro Pontino, sia di grande interesse. Tuttavia l'ho apprezzato meno del Fasciocomunista ed ancor meno di Mammut, che considero il top dei suoi libri. Per quanto sia scritto nell'inconfondibile e brevettato "stile Pennacchi", l'ho trovato meno spontaneo degli altri, con una certa ricerca dell'effetto, sia nella trama che nel raccontare; ho trovato che questo "ammiccamento" a fatti storici (per esempio: l'omicidio di Don Minzoni prima e quello Matteotti poi) sia un po' tirato per i capelli e tolga spontaneità ad un racconto che altrimenti ne trabocca. Può essere che questo giudizio più tiepido dipenda dal fatto che mi sono abituato al suo stile e non vorrei che fosse inteso come negativo: semplicemente, anche se premiato e lodato, non lo giudico la sua fatica più rappresentativa.
Consigliato? Certamente, si. Ma se non avete mai letto Pennacchi forse vi conviene iniziare da Mammut: corto, aspro e terribilmente attuale.

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